domenica 3 marzo 2013

CIRCUMSCRIPTIO PHEUDI TERRAE CELIARUM DEL GALDO (6)


Panorama di Ceglie Messapica visto da Monte Marcuccio con la valle di Campo Orlando
Continuando il nostro viaggio lungo i confini tra Ceglie ed Ostuni, secondo un documento del 1760, giungeremo dalla contrada Campo Orlando a quella di Recupero, dove termina il territtorio del comune di Ostuni e comincia quello di Martina Franca.
«…Voltando la linea verso tramontana, si fanno passi 289 e terminando le vigne di Campo Orlando. E dopo passi 16 s’incontra un passaturo publico, che và alli beni di Angelo di Magli e termina la chiusura di Madroccola, cominciano la chiusura di Don Tomaso Grego da levante. E facendosi passi 442 per detto passaturo sudetto e principia la linea della confine a caminare strada strada per passi 276 s’arriva al Guado detto di Monopoli, che divide un paretone, che cala dalla parte di levante Feudo d’Ostuni verso ponente che forma la linea della confine. E caminandosi per detto paritone, facendosi disagiata e scommoda salita per l’alto d’una murgia, per dirupi, sassi, sterpi, macchie, spine e luoghi alpestri, dopo passi 248, tra li beni di Grego e di Cristofalo, s’incontrano dall’alto di un monte detto Monte Marcuccio del sudetto Cristofalo due gran mucchi di pietre, ossia specchie, attaccate al detto paretone dalla parte di gerocco. Dalle quali specchie proseguendo il camino per lo stesso paretone, sempre per sterpi e pietre, dopo passi 152 terminano li beni del sudetto Cristofalo e principiano li demani di Ceglie posseduti da Angelo de Magli di Martina. E dopo passi 140 terminano li demani chiusi ed aperti di detto Magli e camina la linea sopra  il muro della chiusura antica detta Grotta Caldarella per passi 195, dove finisce la detta chiusura e siegue la linea per altri passi 37 verso tramontana, tra li demani chiusi di detto Magli e li beni di Grego dalla parte Ostunese. E ripigliandosi la linea verso ponente, termina il muro, che chiude il demanio di detto Magli. Nel qual luogo vedendosi dall’esperti non esservi titoli, finete o altri segni, che distinguessero li confini, li medesimi esperti stando col consenso, presenza ed assistenza de’ Signori Vitale e Greco, il sudetto Magnifico Principalli assistendo alli suoi esperti, ha dichiarato che egli faceva l’assignazione del confine dritto verso ponente, per come conteneva la cima delli monti, che circondano una lunga valle.
Masseria Angelo Di Magli
E tutti l’esperti facendo le più esatte diligenze, per la cognizione dei confini, che n’avevano non solo per propria esperienza, ma anche suggeritali dalli vecchi ed antichi uomini esperti e prattici di tal sito della Terra di Ceglie, han dichiarato, come dichiarano in nostra presenza, esservi in detta linea di confine certo di una pietra naturale, o sia pentima fissata in terra, situata dalla natura sotto un albero di quercia, poco distante dal detto demanio chiuso, qual pietra era segnata con una croce, anticamente scolpita solito segno, come dissero, col quale viene a dividersi il Feudo di Ceglie da quello di Ostuni. Per esecuzione di che, han voluto che li suddetti compassatori, Pichierri e Panariti, fissassero lo squadro all’angolo del muro di detto Magli, guardando verso tramontana, pigliando la linea verso il sudetto albero. Locché eseguitosi e cominciatasi la misura, facendosi passi 322 tra luoghi alpestri, sassosi e macchiosi, s’arriva all’albero denotato, situato in una valle, dove termina la scoscesa del monte e quivi s’è trovata una pietra, larga palmi tre da tutte le faccia, alta un palmo fuori la terra, segnata col segno della croce nella presente forma , ed attestando concordemente tanto li sudetti esperti, quanto essi Signori Deputati, d’esser quella la confine divisoria delli Feudi di Ceglie ed Ostuni, ha voluto esso Magnifico Principalli, Procuratore ut supra, che delle cose predette farne dovessimo publico atto. Nos enim unde…
Veduta della valle di Campo Orlando
Da quel luogo proseguendo il cammino, calando falda falda dal monte, verso ponente, sempre per luoghi disastrosi ed alpestri, tra grosse pietre e sassi, si fecero passi 345 e s’arrivò ad un muro antico, detto la Chiusura della Masseria delli Serri, posseduta presentemente d’Andra Caito e, caminandosi passi 45, termina detto muro, da dove continuando la linea, sempre verso ponente, tra li beni della Masseria di Zila Pampana da gerocco, di Giuseppe Vito Magli di Martina e detti beni della Masseria delli Serri, curvando la detta linea, dopo passi 341 s’arriva il fondo di una valle, che forma il termine di due scoscese e fa una picciola via, che conduce da Cisternino in Ceglie, dove si trova una fineta alta palmi tre da terra, di larghezza palmi due ed un palmo e mezzo di quadratura, segnata nella parte di gerocco col segno d’una croce , che fa principio al Bosco detto del Cantone in Feudo d’Ostuni. Per le via, caminandosi per linea tortuosa tra il bosco del Cantone e beni di Zila Pampana, finiscono li detti beni e si camina per detta via, tra li beni di Selvaggio da gerocco e detto bosco del Cantone da tramontana e successivamente tra li beni della Masseria di Pruscigliano.
Masseria Recupero anticamente Pruscigliano
E fattisi passi 1210 s’introduce in un passaturo che volta la linea divisoria verso gerocco. Per il qual passaturo, facendosi passi 399, tra demani serrati ed aperti, trovandosi segni di due calcare, d’un albero grosso di quercia, col segno antico d’una croce, s’arriva ad una cisterna, situata in mezzo al passaturo, chiamata la cisterna del Prete. E proseguendosi il camino per detto passaturo, coverto di macchie, per linea sempre tortuosa, tra li beni della Commenda e chiusura di Pruscigliano, si fanno passi 583 e s’incontra la via Regia carozzabile che si va da Ceglie in Martina. E dalla strada fattasi altri passi 27, sopra la stessa linea, verso gerocco, s’arriva ad un parete divisorio, che chiude la chiusura di Vincenzo de Carolis e divide il Feudo di Ceglie, Taranto della Mensa, giurisdizione di Martina e Feudo d’Ostuni. Quivi tanto il Magnifico Principalli, quanto li detti esperti fecero termine il compasso e vollero, che delle cose predette nel camino di detto giorno, far se ne dovesse publico atto. Nos enim unde….» (continua).
Cappella di contrada Monte Papa
Considerazioni:
Come ho avuto di evidenziare altre volte i nomi di alcune nostre contrade è mutato nei secoli, assumendo molte volte quello del signorotto, proprietario della masseria, come è il caso delle Masserie di Angelo di Magli, Selvaggi e Recupero o il nomignolo del massaro, come il caso di Zila Pampini. Aiutato dal Catasto antico del 1603, cercherò di evidenziare i nomi censiti a quell'epoca, che probabilmente già avevano sostituito altri, se ci riferiamo a quelli riportati nella pergamena  medievale del 1120.
Le attuali contrade Angelo di Magli, Zila Pampini e Monte Papa formavano un'unica contrada denominata nel 1603 Le Finestre per un totale di 270,5 tomoli cegliesi. Le masserie che ricadevano in questo vasto territorio erano: quella di Cola Vacca (attuale Masseria Angelo di Magli) e La Cupa (corrisponde ai ruderi di masseria Zumpicchio).
L'attuale Masseria Monte Marcuccio, come ricaviamo dal documento in esame, si chiamava Grotta Caldarella e si estendeva per 59,3 tomoli cegliesi, essa ha inglobato anche il territorio dell'antica contrada Castello Grigno o Gorgorusso che si estendeva per  circa 30 tomoli cegliesi.
L'attuale Masseria Selvaggi e parte di contrada Lamia Nova, Menzella e Spasimato erano denominate nel 1630 Monte delli Falconi e si estendeva per 223 tomoli cegliesi.
L'antica Masseria Pruscigliano (attualmente Recupero) si estendeva nel 1603 per circa 504 tomoli cegliesi. A quell'epoca  essa comprendeva anche parte delle attuali contrade: Lamia Nova, Masseria Monte d'Oro Piccolo e parte è rimasta nel territorio di Martina e corrisponde all'attuale Masseria Santoro. A questo territorio usurpato si devono aggiungere altri 123  tomoli dell'antica contrata Sarlo (attuale  Masseria Foggie di Sauro) che erano reclamati dall'Università di Ceglie del Gualdo nel 1603 e che erano stati registrati impropriamente nel Catasto della Franca Martina. Sulla questione del territorio cegliese usurpato dai martinesi, ritornerò la prossima volta.
Dal rogito del 1760 ci siamo già accorti dai nomi, che i proprietari del territorio cegliese, lungo questo confine, erano prevalentemente martinesi, i quali hanno tentato in tutti i modi di registrare questi beni assegnandoli a Martina. Cito come esempio l'antica Masseria Pruscigliano, che mutò nome verso la fine del 1700. Essa era posseduta dal Duca di Grottaglie, Cicinelli, il quale verso la fine del 1600 fece erigere una cappella, dedicata alla Madonna delle Grazie, dove si celebrava la Santa Messa tutte le domeniche dell'anno ed era officiata dal Capitolo cegliese. L'ultimo Duca Cicinelli, non avendo figli maschi, lasciò tutti i suoi beni all'unica figlia, la quale nei primi anni del 1700 sposò un Caracciolo, erede del Ducato di Martina Franca. Fu durante questo periodo che buona parte del vastissimo territorio di Masseria Pruscigliano fu inglobato in quello di Martina. dg
 
Ruderi di Masseria Zumpicchio anticamente Masseria La Cupa
 
(cliccare sulle foto per ingrandirle)

domenica 27 gennaio 2013

UN DOCUMENTO DEL 1463

Torre quadrata del castello di Ceglie Messapica
Desidero presentare un documento del 1463 pubblicato dalla Prof.sa Carmela Massaro in un suo studio, di cui già mi interessai precedentemente.
“L‘età aragonese costituì per tutte le università meridionali una fase intensa di relazioni con la corona di cui nei capitoli sono rimaste tracce documentarie interessanti, delle quali dipendono largamente la nostra possibilità di conoscenza dell‘universo comunitario prima dell‘età moderna. In Puglia nel periodo di forte discontinuità politica che dopo la morte di Giovanni Antonio del Balzo Orsini – principale alleato di Giovanni d‘Angiò centro Ferrante d‘Aragona nella guerra di successione sul trono napoletano – portò alla disgregazione del dominio orsiniano e dell‘incameramento regio del Principato di Taranto, le piccole comunità colsero l‘occasione di visibilità istituzionale e furono protagoniste di una vivace produzione capitolare. Nei giorni immediatamente successivi alla morte del principe, tra il 17 novembre ed il 3 gennaio 1464, i rappresentanti di molte comunità e molti piccoli  feudatari andarono incontro al sovrano che percorreva le terre del principato per prenderne possesso, prestandogli omaggio e presentando i propri capitoli di dedizione. E il re, desideroso di garantirsi stabilità e consenso, accolse e assecondò le loro istanze, mostrando grande magnanimità nell’accordare privilegi ed esenzioni. Nella nuova cornice politica, alleggerita dalla forte pressione fiscale del governo del principe, le comunità trovarono i presupposti per una più incisiva crescita in un’economia più integrata su scala internazionale. (…) Anche l’università cegliese intuì che la morte del principe non sarebbe stata senza conseguenze e che il possesso di Anna Colonna non era da considerarsi scontato. Gli uomini di Ceglie, schiavi e divoti vassalli di essa maiestà, come essi si autodefinirono, chiesero conferma, pur senza elencarli, dei privilegi concessi in passato da Carlo III d’Angiò, Ladislao di Durazzo, Giovanna II, Alfonso d’Aragona, dal principe Giovanni Antonio Orsini e dalla principessa Colonna; invocarono l’esenzione dal focatico per cinque anni e la riduzione delle imposte, poiché la città, a loro dire, era disabbitata, vetustata e ruinata. Ma non chiesero la demanialità; insistettero, invece, perché Anna Colonna rimanesse como per lo passato loro utilis domina, esaltandone il buongoverno….La richiesta più importante contenuta nei capitoli, che conferma ancora una volta il forte ruolo dell’incolto e degli usi collettivi nella vita economica della comunità, fu quella di usufruire liberamente del pascolo e delle acque anche nei territori di Ostuni, Taranto, Monopoli e Brindisi, privilegio che essi vantarono di godere ab antiquo, e pure nei territori di Carovigno e di Oria e, in quest’ultima, che aveva chiesto libero pascolo e libero commercio in ogni centro, anche l’esenzione dal plateatico. La risposta del sovrano fu temporeggiatrice: i funzionari regi avrebbero svolto i dovuti accertamenti e solo nel caso in cui le loro affermazioni fossero risultate veritiere egli avrebbe concesso il suo assenso. Molto probabilmente la concessione non fu ottenuta, poiché sia nel 1465 e sia nel settembre 1468 alcuni abitanti di Ceglie risultano pagare la fida al baiulo di Ostuni”. (C. Massaro) .

stemma del Principe Giovanni Antonio Orsini del Balzo
«FERDINANDUS dei gratia Rex siciliae Hyerusalem et Ungariae universis et singulis praesentiums seriem juspecturis, tam praesentibus, quam futuris, quae ad nobis benigne subditis nostri concesa sunt, ea liberaliter quidem confirmamus, illisquae confirmationis nostrae robur adycimus, et confirmamus benignitas maiora apparent ex ipsis nostris subditis ad validanda eorum Jura confirmationis authoritas adiungatur, et ratificationis non desit praesidiosa cautela; sane pro parte Universitatis et hominum Terrae Cilii de Galdo provinciae Terrae Hydronti fuerunt Maiestati nostrae oblata capitula et suplicationes cum Decretationibus in pede uniusquiusque demandato nostro apposita, quae sunt tenoris et continentiae subsequentis:
Grazie e dimande petite e ricercate alli piedi della Serenissima Maiestà del Signor Re Ferdinando, il quale Dio conservi, per  li uomini et Università della Terra di Geglie della Gualda, della Provincia di Terra di Otranto schiavi, sudditi e divoti vassalli di essa Maiestà.
In primis, essa Università pete e domanda li siano confirmati tutte concessioni e privileggi cioè Re Carlo Terzo, Re Ladislao, la Regina Joanna Seconda; per la benedetta memoria del Re Alfonso, vostro Padre, dello Principe Raimondo, dell’anima benedetta di Monsignore lo Principe Joanne Antonio Principe di Taranto e per la principessa sua Consorte, le quale franchizie, immunità ed esenzioni sempre secondo il tenor delli detti privileggi avemo goduto e della franchezza della Domenica si è osservata per consuetudine in la detta Terra di Ceglie. PLACET Reg. Majestati, si et prout in eorum possessione hactenus fuerunt ut ad presens persistunt.
Item,  petono li detti uomini et Università ch’essendo stati vassalli et in governo dati per la benedetta memoria dello Principe di Taranto prossimo passato alla Principessa sua consorte, la quale ne ha governato come vassalli per anni trenta cinque e più, si debba degnar Vostra Maiestà per misericordia e grazia lasciarne in suo governo, che come per lo passato ne stata utilis Domina, cossi ancora sia per l’avvenir con grazia e fedeltà della Maiestà Vostra. Reggia Maiestas taliter providebit quod tamen ipsa Universitas dicta Ill.ma Principissa monito poterunt contentari.Item, porché la detta Terra di Ceglie secondo appare in quella altre volte era, ed è dissabitata, e resta vetustata, ruinanta, quelli poveri cittadini ci sono rimasti, bisogna aver ricorso alla benigna Maiestà Vostra li concediate per grazia franchizia et immunità de
collette generali, focolari ed altri pagamenti, ne toccasse di pagare per anni cinque continui, incominciando dal presente anno della Duodecima Indizione. PLACET Reggia Maiestati.
Item,  petono li detti cittadini, ch’essendo fatta loro la grazia per la benedetta memoria del Re Alfonso vostro padre e ridottoli le collette generali a raggione di docati quindeci la colletta, si degnò al presente la Maiestà Vostra seguendo le grazie solite e consuete redurle a docati dieci per ciascheduna colletta. Reggia Maiestatis presens non potest concedere.
Item, petono li detti cittadini, che avendo essi communità ab antiquo, in cuius contrarium  homine memoria non existit colla città di Taranto, di Monopoli, di Brindesi e di Ostuni, cioè di non affidare, ma possersi usare li loro Territorij e pascui, tanto in erba quanto in acqua e ghianda con loro animali, cioè grossi e minuti senza alcuno pagamento di fida, al presente degni la Maiestà Vostra farceli confirmare et ancora affrancarceli di quello che vendessero et accattassero nelle dette Città de Jure plateatico aut alio jure quocumque tangente Curiam aut Universitas praedictas. PLACET Reggiae Maiestati, si et prout in eorum possessione fuerunt hactenus et ad praesens existunt.
Osteria dei Santi: affresco che riproduce l'antica chiesa matrice di Ceglie
Item petono li detti uomini et Università che si degni essa Maiestà far franchi, liberi et esenti li uomini di Ceglie nel territorio della Città di Oria di affida di loro animali et ancora di piazza, quando comprassero e vendessero, avendo pure risposto che  li detti cittadini ne son stati in possessione, come Terre, che in lo spirituale e Diocesana dello Archivio Episcopale di Oria ed altri diocesani coaderenti, al presente ne son franchi di affida de di loro animali grossi e minuti tanto in erbaggio, quanto in la ghjianda nella vostra Terra di Carovigna; idemque quo supra.
Item, petono li detti cittadini ed Università di Ceglie si degni fargli grazia essa Maiestà, che per nullo tempo debba venire algorino o altro officiale molestarli per qualunque modo et occasione si sia, ma lo Capitanio sarà nella Terra di Ceglie debba castigare e punire e conoscere intra la detta Terra di Ceglie e non da fuora delli delitti se commettessero criminali o civili, e cossi delle pene pecuniarie o altre petizioni meritamente accadesse da punire, e che nullo di essi cittadini sia costretto di andare a guardia di castellani, ut Deus: conservervet eandem Maiestatem in statu prospero felici, atque optato per tempora lungiora. Placet regie maiestati.
Expedia fuerunt dicta capitula in castello civitatis Neritoni die decimo decembris MCCCCLXIII. Rex FERDINANDUS.
Dominus Rex mandavit michi ANTONELLO DE PETRUCIIS
EGIDIUS SEBASTIANUS prop. P. D. GARLON
» dg
torre circolare del castello di Ceglie Messapica

 

domenica 23 dicembre 2012

CIRCUMSCRIPTIO PHEUDI TERRAE CELIARUM DEL GALDO (5)

Veduta della Chiesa Collegiata e del castello dal terrazzo di casa di mia zia
Continuiamo il percorso dei confini del territorio cegliese da contrada Giovanniello sino a contrada Campo Orlando.
«Ed albescendo il giorno 19 novembre corrente anno 1760 proseguendo  esso Magnifico Principalli le medesime antecedenti richieste a noi Reggj Giudice a Contratti, Notare e Testimonj, affinché prestato avessimo la nostra assistenza, intervento e presenza, alla continuazione della Misura e circoscrizione della circonferenza ed estenzione di detto Feudo di Ceglie, ci conferimmo alla Lama detta dell’Abbate Santacroce in territorio, pertinenze e distretto di detto Feudo di Ceglie, e propriamente nel principio d’un muro fabricato a crudo, che tira verso ponente, donde la sera antecedente c’eravamo partiti per essersi sospeso detto camino. Quivi trovatisi presenti li sudetti Magnifici Principalli e Lopresto, Procuratori ut supra, li Magnifici Vitale e Greco, colli stessi di loro periti e compassatori, volendo continuare il camino dallo stesso luogo, fecero riconoscere il segno dall’esperti lasciato. Ed in nostra presenza ritrovarono il detto muro col mucchio di pietre e segno di croce di frasche niente spostato, ma nell’istesso  luogo appunto, dove l’avevano situato. Quivi fissatosi lo squadro verso ponente per linea sopra muro, che è situato nel fondo della valle,  e fa argine il suo camino alla scoscesa della murgia, facendo passi 196 s’è arrivato ad un angolo, che chiude intieramente il vallone sudetto ed è principio d’una lama, che tiene per confine acquapendente il Feudo d’Ostuni. E caminando lama lama, per passi 288, termina la medesima colli beni di Santacroce e cominciano li beni de Padri Domenicani di Ceglie da tramontana e gerocco. Lacché si dinota in detta valle con una pietra piantata, riconosciuta dall’esperti per confine tra detti possessori. E facendosi dalla detta pietra passi 30, si trova un muro, che chiude una chiusura de’ Padri Domenicani in Feudo d’Ostuni. Per qual muro, caminandosi lungo la lama sopra la linea del muro, si fanno passi 150, dove terminano li beni de’ Padri Domenicani da levante e cominciano dallo stesso vento li beni della Masseria detta di Santo Polo, posseduta da Leonard’Antonio  Casaura di Martina; per li quale salendosi e calandosi per una collina per passi 100, s’arriva all’angolo d’una chiusura de’ Padri Domenicani, vendutagli dal Signor Duca di Ceglie, dal qual’angolo salendosi parete parete, per linea retta verso tramontana, per passi 155 e, dalla cima della murgia, calando per passi 63 s’arriva ad una lama, che camina per muro con linea tortuosa, curva ed inclinante alla parte di tramontana per passi 334, dove s’incontra un muro della vigna di Francesco d’Angelo Ligorio, che fa fronte alla linea antecedente. Dal qual luogo, caminandosi per linea retta verso tramontana, lungo il muro di detta linea, che divide le chiusure di San Polo da levante e detta vigna di Ligorio ed altre vigne di Ceglie da ponente, dopo passi 288, terminato li beni di San Polo in un’angolo, che dimostra la linea della confine verso ponente, e cominciando passi 34
Masseria Genovese anticamente Cristofaro
s’incontra una specchia verso tramontana della linea e s’entra in una lama, per la quale caminandosi passi 233 s’arriva al demanio detto di Cristofaro e s’arriva alla strada Carrese che da Ceglie Va in Ostuni, da dove la linea camina sopra il muro, che divide le chiusure di Cristofaro. E dopo passi 144 si trova il segno d’una cisterna detta della Chianca, che resta a tramontana della linea. E successivamente caminandosi per passi 90 di lama, s’incontra la chiusura olivata di Cristofaro. E misurandosi altri passi 202, sempre per beni murati di detto Cristofaro, entra la linea nelli demani de’ Signori Epifani e camina per passi 100. Dopo li quali ripiglia nuovamente il camino della linea  sopra li detti beni di Cristofaro per passi 195, trovandosi nel camino un segno, una fica antica, che sta su la linea dalla parte di tramontana. E seguitando la confine per linea tortuosa e serpeggiante sopra il muro delle vigne di molti naturali di Ceglie, dopo passi 230, entra la linea tra li demani di Cristofaro detti dell’Abbate Ventura, per dove si fanno passi 196 e s’incontrano le vigne dette di Campo Orlando e la chiusura della Madroccola del Signor Duca di Ostuni» (continua).dg
Olivo millenario in contrada Pere Rosse anticamente Conella
Commento
Il Rogito, come per altre zone, non ci ha tramandato la toponomastica del nostro territorio lungo questo confine, ma solamente i nomi dei possessori, i nomi di due masserie del territorio di Ostuni: San Paolo (San Polo) e Lama Troccolo (Madroccola) e di una contrada di Ceglie: Campo Orlando.
Quali erano i nomi di queste contrade? Consultando il Catasto antico del 1603 veniamo a sapere che:
a) la Lama dell'Abbate Santacroce corrisponde agli antichi demani della masseria Fragniti;
b) i "beni dei Padri Domenicani di Ceglie" corrispondono all'antica masseria de li Fornelli posseduta da Giovanni Cognano, più volte Sindaco di Ceglie negli ultimi 30 anni del 1500. Alla sua morte questi, perché senza figli, lasciò tutti i suoi beni alla Confraternita del Rosario. Obbligò la Confraternita a costituire in perpetuo la dote per due "zitelle povere". Agli inizi del 1700 la Confraternita fu soppressa dal Vescovo Francia e tutti i beni vennero assegnati ai domenicani, i quali continuarono ad eseguire le volontà testamentarie del Cognano fino al 1809, quando a causa delle leggi eversive furono espulsi da Ceglie. Nel corso del XVII secolo la masseria mutò nome e venne chiamata "masseria dei Maritaggi" o del "Rosario". Il suo antico territorio corrisponde all'attuale masseria Fragniti Piccolo e a parte di quella denominata "Casina Vitale";
Palazzo Cristofaro
c) il Demanio detto di Cristofaro, che attualmente corrisponde alle contrade Casina Vitale, Genovese e Padula, anticamente aveva altri nomi e comprendeva varie contrade più piccole: Conella, Morrella, Lama del Ponte, Foggia di Ferrantello, Fiore Altavilla, Todaro, Bellovidere.
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Cappella della Nunziatura Apostolica in India - Natività
Colgo l'occasione per augurare a tutti gli amici che seguono questo blog, ai cegliesi sparsi per il mondo, gli auguri più sinceri di BUON NATALE e di FELICE ANNO NUOVO.
Vi ricorderò nella notte santa ai piedi di Gesù Bambino.
Preghiamo (dal Messale):
Dio onnipotente ed eterno,
che nella nascita del tuo Figlio
hai stabilito l'inizio e la pienezza della vera fede,
accogli anche noi come membra del Cristo,
che compendia in sé la salvezza del mondo.
Egli è Dio, e vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Amen 


sabato 8 dicembre 2012

TELA DELL'IMMACOLATA

Collegiata di Ceglie Messapica - Tela dell'Immacolata attribuita
a Girolamo Imperato
Tempo fa il Prof. Marino Caringella mi inviò un articolo dal titolo: “Aggiunte alla fortuna di Girolamo Imperato e Fabrizio Santafede in Puglia”, pubblicato in Spicilegia Sallentina del 2010. Desidero condividere con voi alcuni stralci del suo studio che riguardano la tela dell’Immacolata esistente nella nostra Insigne Chiesa Collegiata da lui attribuita a Girolamo Imperato.
Desidero, inoltre, augurare buona festa a tutti i cegliesi sparsi nel mondo!

«Nell’ottobre del 1602 Monsignor Lucio Sanseverino, all’epoca Arcivescovo di Rossano (1592-1612), ricevette la triste notizia della prematura dipartita in Ceglie (l’attuale Ceglie Messapica) di suo fratello Fabrizio, figlio cadetto del quondam Giovanni Giacomo, barone della cittadina pugliese e IV Conte di Saponara. Il presule si vide pertanto costretto a intraprendere il non comodo viaggio che dalla Calabria Citra lo avrebbe portato in Puglia, nel castello avito, dove in qualità di procuratore di suo nipote Giovanni, erede legittimo del titolo di barone ma ancora minorenne, si sarebbe occupato per qualche tempo degli affari di famiglia. Giunto a Ceglie, Lucio si preoccupò, fra le altre cose, di far erigere nella locale collegiata di Maria SS. Assunta una cappella dove allogare la tomba dell’augusto fratello, intitolandola all’Immacolata Concezione. Nel principale tempio cittadino esisteva giò un altare con un’immagine dipinta a fresco della “Concezione della Beata Vergine Maria”, ma le sue condizioni non dovevano essere granché buone se dalla relazione della Visita Apostolica di Monsignor Camillo Borghese, effettuata sette anni prima, risultava “per vetustà già molto consunta”. Con molta probabilità, dunque, quello commissionato dal Vescovo di Rossano fu il riammodernamento dell’altare preesistente, in una chiesa che la nobile famiglia aveva già contribuito a ristrutturare sin dalle fondamenta fra il 1521 e il 1525, ovverosia ai tempi di Aurelia e Giovanni Sanseverino. La grande pala dell’Immacolata issata sull’altare omonimo è piuttosto stereotipo che si rifà allo schema compositivo classico della Tota pulchra, ripetuto senza troppo varianti in tante pale di analogo soggetto: la Vergine è posta al centro, circonfusa da un alone di luce; ha i capelli biondi sciolti sulle spalle, una corona sul capo, le mani giunte in pregiera, lo sguardo rivolto verso l’alto. Indossa la tradizionale veste porpora e il maphorion blu; i piedi poggiano su una falce di luna, citazione della “donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi…” così come compare nella visione dell’Apocalisse di Giovanni Evangelista (Ap 12, 1-2). Manca il drago, simbolo del male, al quale, sempre secondo la visione dell’apostolo, la Vergine schiacciò la testa trionfando sul peccato originale; un’assenza certamente intenzionale, tesa ad escludere nella raffigurazione ogni riferimento al dramma del peccato. Ai fianchi di Maria, in due file simmetriche, si snoda il didascalico corredo di simboli desunto dalle Litanie mariane, ciascuno con il proprio cartiglio identificativo. Anche i due angeli ai suoi piedi, poggianti su una soffice coltre di nuvole, erano destinati a portare ciascuno un simbolo biblico dell’Immacolata (tra le mani di quello di sinistra di chi guarda si riconosce lo speculum sine macula); questi ultimi, però, sono un’aggiunta e, fortunatamente, col tempo vanno facendosi  sempre più evanescenti. Appartiene, invece alla composizione originale il Dio Padre raffigurato nella centina come un vegliardo, con una mano appoggiata sul globo terracqueo e l’altra in atto di benedire. La sua presenza nell’economia della tela in argomento allude all’assunto teologico della Chiesa secondo cui la sapienza della Vergine discende dalla divina infusione di scienza e conoscenza attuata all’atto del suo straordinario concepimento. Una straordinarietà, peraltro, rimarcata dal cartiglio, retto dai due angeli posti ai fianchi del Creatore e recante la citazione del cantico di Cantici (Ct 4,7) Tota pulchra es amica mea et macula non es in te.
Collegiata di Ceglie Messapica- statua lignea dell'Immacolata
particolare
Contrariamente a quanto finora pubblicato, oltre che asserito nella relativa scheda ministeriale, l’ancona non è cosa settecentesca: se si eccettuano le pesanti ed evanescenti ridipinture del margine inferiore (come già detto, un’addizione alla tela originale), le caratteristiche formali di quanto non interessato dai successivi interventi permette, infatti, di anticiparne la cronologia al più agli inizi del Seicento e di riferirla plausibilmente alla fase di rifacimento dell’intera cappella patrocinata, come detto, dal vescovo Sanseverino. Ignoto rimane l’autore, la cui firma, qualora presente, potrebbe celarsi sotto le ridipinture, se non è stata addirittura obliterata dalla rifilatura della tela, che, almeno nelle parti laterali, ha dimensioni più piccole di quelle originarie, come denunciato dai cartigli delle litanie lauretane, decurtati in più punti. Tuttavia, la qualità sostenuta e il caratteristico modus pingendi della pala valgono quanto una firma, inducendomi a proporre l’inclusione del dipinto cegliese nel nutrito novero delle Immacolate prodotte da Girolamo Imperato (1550 ca. – 1607). Seppur con minime varianti, la figura della Vergine ripete invero quella da lui realizzata solo qualche anno prima per la chiesa di San Francesco d’Assisi a Castellamare di Stabia: affine è la postura, come pure il modo di panneggiare, col medesimo incavarsi del manto in un’ampia falcatura sulla quale la luce indugia, creando caratteristici effetti di chiaroscuro. Se ci sofferma poi sul volto dell’angelo alla sinistra dell’Eterno, si converrà come letterale sia stata la citazione di uno dei tanti angeli languidi e sospirosi dipinti nell’incorniciatura del soffitto di Santa maria Donnaregina a Napoli, di cui è stata recentemente confermata l’autografia imperatesca.
Collegiata di Ceglie Messapica - Statua lignea dell'Immacolata
Qualora un auspicabile restauro eliminasse le condizioni di pesante ossidazione della vernice nelle quali versa il quadro cegliese, potrebbe riemergere appieno la “materia cromata chiara, luminosa” che fu il tratto essenziale  di quel “sofisticato colorista” quale fu l’Imperato e che ora appena si intuisce. Se ci si sofferma, invece sul tono della composizione, il quadro cegliese risulta più austero rispetto a quello campano: sfrondato della pletora di festanti creature angeliche e da ogni possibile capriccio manierista, l’eloquio si fa qui più asciutto e gli accenti più marcatamente devozionali…»

domenica 25 novembre 2012

CIRCUMSCRIPTIO PHEUDI TERRAE CELIARUM DEL GALDO (4)

 
Largo Oliva ex Speziaria
Continuiamo la lettura del documento notarile del 1760, ci eravamo fermati ai Palmenti di Natalicchio oggi giungeremo nelle contrade di Giovanniello e Camarda.
«…da quel luogo comincia un muro a crudo sano; e misurandosi sempre per linea riguardante ponente, dopo passi 451, termina il confine di Boccadoro per tramontana ed il demanio di Natalicchio per gerocco; incontrandosi un muro divisorio meridionale, per dove s’introduce alli demani aperti della Signora Vita Lucia Oliva, che fanno confine con la linea per parte di gerocco e li beni del Signor Aroldi d’Ostuni, appartenenti alla Masseria detta Brizio, che fan confine alla linea sudetta per parte di tramontana. Dopo qual distanza, finendo il muro, si camina passi 120 per un limite coverto chiamato lo Petraro, che è divisorio tra detti due possessori, da dove segna il camino per una voltara, che serpeggiando, ora verso ponente, ora verso tramontana, facendo angolo a diverse parti tra segni di limite, Specchiette, ed altri segnali, dopo passi 490 s’incontra una pietra fissa in terra, naturalmente di figura irregolare, circoscritta di macchie di restinco o siano frasche, larga due palmi, dove più dove meno. E quivi li esperti sudetti, facendo fermare la misura, coll’assistenza de’ Signori Deputati e Procuratori, riconobbero la detta pietra e la trovarono segnata con un antichissimo segno di Croce scolpita in detta pietra, che dichiararono in nostra presenza essere la detta pietra segno certo ed evidente, e confine perenne ed irrefragabile, da loro non solo per tale tenuta da che ebbero uso di ragione, ma anche per tale a loro insegnata dalli vecchi di detta Terra di Ceglie ed Ostuni, senza che giammai vi fusse stata memoria di contrasto. In comprova di che, esso magnifico Principalli fece chiamare i due massari attuali, cioè uno del Feudo di Ceglie, che è Massaro della Signora Donna Vita Lucia Oliva, e l’altro del Feudo di Ostuni, e proprio della Masseria detta Brizio, di detto Signor Aroldi. Li quali portatisi in nostra presenza e domandati da noi, “che cosa dinotava la Croce predetta impressa sopra detta pietra viva?”. Ci risposero e dissero concordemente, essere quello il vero segno, che per quella parte divide il Feudo di Ceglie da quello di Ostuni, rapportando molti altri consimili segni, che devono trovarsi nella confine sudetta e specialmente in luoghi, dove il confine è ascoso e né si distingue da lemiti o pareti. Attestando fermamente che la legge del sudetto segno è tra loro inviolabile e s’ha per generale distintivo. Di maniera che o si trova in pietre fisse o in pontime o in tronchi d’alberi, si considerano asseverontemente per titolo perenne, fineta incontrastabile e segno irrefragabile delle confinazioni. Per il che volendo le dette parti, in detto loro rispettivi nomi, procedere cautelatamente, acciò l’assegnazione, come soprafatta, rimanesse sempre ferma, trovandosi dalla parte di levante a detta pietra, una Specchia sotto d’un albero di fragno, vollero che si misurasse la distanza da detta Specchia alla detta pietra segnata. Locché eseguendosi fu ritrovata la distanza in passi diece. Per cautela delle parti richiesero noi sudetti Reggj Giudice a Contratti, Notare e Testimoni, che di ciò n’avessimo dovuto fare publico atto. (…)
Masseria Gaetano Oliva vista da Monte Calvo
E non tralasciandosi il proseguimento del detto camino dal Signor Principalli s’assegnò la linea confinale verso ponente, dove fissandosi lo squadro dalli sudetti Compassatori, si ripigliò la misura. E dopo passi 29 di linea aperta, tra macchie, pietre e spine, fermarono sopra un’altra pietra naturale fissata in terra, anco in figura irregolare, di larghezza palmi tre, dove più dove meno, segnata ab antiquo col solito segno della Croce, che parimente dinotorono essere titolo di confine tra li detti Feudi, che chiamava in distanza un’altra simile pietra, segnata nella medesima maniera, e da detto luogo indirizzando il camino verso ponente, per linea aperta tra macchie, sterpi, spine e mucchi di pietre, si fanno passi 200 e termina la confinazione di Aroldi dalla parte d’Ostuni e dalli due lati di gerocco e tramontana confinano li beni di detta Donna Vita Lucia Oliva. Da quel punto salendo per murgie e calando per valli, dopo passi 146, dentro una macchia di ristinco, si trovò l’altra pietra fissa in terra, segnata come sopra colla Croce, che chiamava per confine li Curti della Masseria di Giovanniello. Com’infatti caminando per passi 55, tra macchie, si giunge all’angolo delli Curti sudetti di Giovanniello, per dove facendosi altri passi 68, si trova a piedi del muro dalla parte di gerocco, un’altra pietra fissa, segnata similmente come sopra. E caminandosi per passi 74 si terminò li Curti predetti di detta Masseria ad un muro di chiusura divisorio, che cala verso gerocco. E nel punto di detto muro a tenore d’assignazione fatta da esso Magnifico Principalli, colla direzione dell’esperti sudetti, si fissò lo squadro per proseguirsi la linea verso ponente, dinotando li Periti per segno li Curti detti di Papa Ciccio, che erano siti in distanza. E misurandosi per quella parte, dove si dinotava lo squadro, sempre per linea aperta, intersecando murgie, serri ed una valle, tra li beni del Beneficio della Natività da due lati tramontana e gerocco, si fecero passi 230, sino al fondo d’un vallone, che attacca con detti Curti di Papa Ciccio da gerocco. Quivi s’incontra un muro che divide la valle della murgia e li Feudi Cegliese e Ostunese, cominciando a confinare la linea per la parte di Ceglie li beni dell’Abbade Don Cataldo Santacroce. E stando le cose in tale stato, essendo già le ore ventitre della sera, non potendosi più proseguire detto camino e misura, per la notte sopraveniente, concordarono esse parti che si dovesse il di più riserbare per il giorno seguente e col consenso di tutti si sospese il camino…» (continua). dg
Masseria Monte Calvo
Dalla lettura di questa pagina si nota che all’epoca, la Commissione incaricata per la confinazione, ebbe dei seri dubbi circa il limite tra il feudo di Ceglie e quello di Ostuni quando giunse nella vasta area tra la Masseria Monte Calvo, di cui faceva parte la Masseria di Donna Vita Lucia Oliva (oggi Masseria Gaetano Oliva - territorio di Ceglie) e la Masseria Albrizito (Brizio – territorio di Ostuni). L’assenza di muri a secco e la graduale trasformazione dei terreni incolti stava cancellando i segni medioevali lasciati nel 1120 al tempo dei Normanni. Agli inizi dell’800, circa 50 anni dopo la misurazione fatta dalla Commissione del 1760, il dubbio si fece atroce, quando si dovette dirimere la questione della registrazione di buona parte dei terreni della masseria di Donna Vita Lucia Oliva. La querelle fu risolta in favore di Ceglie e tutti quei terreni furono registrati nel nostro Catasto. Grazie a quella disputa, a tutt’oggi, abbiamo in copia il documento importantissimo del 1120. 

Masseria San Paolo vista da Monte Calvo
Purtroppo, attualmente la contrada denominata “Pezza di Ferro” ed altri terreni di contrada “Lama Favuzza”, che una volta facevano parte del demanio della Masseria Gaetano Oliva, si trovano inspiegabilmente registrati nel Catasto di Ostuni e fanno parte di quel territorio comunale.
Chi volesse leggere la sentenza del 1811 può andare su questo sito:
 Antologia a cura di Pasquale Elia.

Qui pubblico un documento del 1497 conservato nel Libro Rosso di Ostuni:

“Oratoris hispani — Magn. viri consiliarii nostri fideles dilecti:
el Magn. Ambasciatore Hispano utile Signore de Hostuni ne ha exposto che tra la Università de dicta cita et lo Signore utile de Ceglie è più tempo è una certa differentia de confinibus, supplicandone provedamo che ciascuna de le parte mande li arbitri et le scripture hanno super faciem loci, et concordandose serrà bene, et quando no ce habiate da mandare voi alcuno homo da bene che intese le rasone de ciascuna de le parte ministre justicia; la supplicatione del quale havendo noi admessa, ve dicimo et ordinamo che providate le predicte università mandeno loro arbitri et scripture hanno super faciem loci, et concordandose tra ipsi serrà bene, et quando no ce manderite uno vostro homo che intenda le rasone de l’una parte et l’altra, et li ministre justicia, et questa e la voluntà nostra.
Dat. in Castris nostrìs felicibus contra Dianum XII novembris MCCCCLXXXXVII —
Rex Federicus — Vitus Pisanellus – Hidruntino”.

(cliccare sulle foto per ingrandirle)

mercoledì 7 novembre 2012

IL CONVENTO DI SAN DOMENICO

 
Dopo aver notato sul blog dell'amico Mimmo C.A. Barletta (ahiceglie) una notizia inesatta circa la datazione dell’immobile, che per circa 2 secoli ha ospitato il Municipio di Ceglie Messapica, mi permetto di pubblicare alcune note della Platea del 1744 dei PP. Domenicani di Ceglie, conservata nell’Archivio di Stato di Brindisi, dalle quali si evince quando i Domenicani si trasferirono nel convento nuovo e quando fu costruita l’attuale chiesa di San Domenico.

vista del convento dei Domenicani di Ceglie
 «...Si era cominciata una fabrica per un convento di Donne Monache, ove al presente è questo convento e qui proseguirono a fabricare e ci fecero il nuovo convento come oggi è; e entrarono i Padri ad abitarlo nel 1682. Il convento vecchio si cedé all’Università e Capitolo acciò servisse per Spedale degli Poveri, stanto che l’Università e i Capitolari non volevano si facesse questo nuovo convento e con questa cessione si contentarono. Li Padri li concessero la chiesa colla metà del cortile, con quattro camere, due soprane e due sottane, si riserbarono l’uso alla cisterna che sta entro la chiesa con farsi una apertura al muro della chiesa per l’uso di detta cisterna. E se mai di detto luogo concesso per Ospedale dei Poveri se ne facesse altro uso, la donazione è nulla e ponno li Padri ripigliarsi il tutto, così si dice in un consiglio fatto nel 1662, di cui se ne conserva copia segnata littera F n° III. Le case riservatesi dagli Padri le vendettero all’Abbate Vincenzo Lamarina ed il ritratto s’impegnò nella nuova chiesa nel 1688.
facciata della chiesa di San Domenico
…Ha questo convento un chiesa bellina a tre navi, fatta in questo secolo dagli Padri, stante quando nel 1682 entrarono gli Padri in questo convento vi era una chiesa molto piccola e perciò pensarono fare la presente quale oggi è in tutto compiuta».
 
facciata principale della chiesa delle "Donne Monache"
Il convento per le “Donne Monache” fu iniziato tra il 1610 ed il 1615, dopo alterne vicende, esso restava ancora incompiuto verso il 1660! Incaricato della costruzione fu l’Abate Sebastiano Calciuri, il cui nome compare nella Visita Pastorale del 1627, fatta dal Vescovo oritano Mons. G. Domenico Ridolfi. I Padri Domenicani, dopo averlo completato, vi si trasferirono nel 1682, per la permuta fatta sia con l’Università e sia col Capitolo della Collegiata, ai quali cedettero parte del vecchio convento, che fu utilizzato come "ospedale per i poveri", e la chiesa medioevale di San Giovanni Evangelista.
L’attuale  chiesa di San Domenico iniziata nel 1688 fu completata agli inizi del 1700, in essa si trova inglobata l'antica chiesa delle "Donne Monache". A quanto sembra l'attuale facciata è rimasta incompiuta, essa è stata fabbricata con conci di pietra alternata a conci in carparo. dg
facciata laterale della chiesa delle "Donne Monache"

 

domenica 28 ottobre 2012

CIRCUMSCRIPTIO PHEUDI TERRAE CELIARUM DEL GALDO (3)

Veduta di Ceglie Messapica - foto presa dal Web
«Nel qual luogo s’è fissato lo squadro dimostrante la linea verso levante, che era contrassegnata da un muro diruto, lungo e continuato, per dove s’è caminato, misurando sempre tra macchie, sassi grandi, alberi di fragne, ghiande e lezze. E fatti passi 230 d’è incontrata la strada carozzabile  che da Ceglie conduce a San Vito delli Schiavi. E per detto parete diruto continuandosi verso levante il camino per passi 29 s’arriva in un’angolo che volge la linea per detto muro diruto verso tramontana, rimanendo la Difesa  dell’Innamorata da levante e la pezza della Nepita da ponente.

Cippo che segna il limite tra Ceglie e San Michele Salentino - Foto di E. Bellanova

 Poi per il qual muro diruto misurandosi passi 136 di linea retta ed altri passi 170 di linea curva inclinante al levante s’arriva ad un muro che comincia dalla parte di Ponente della linea del Feudo confinale e tira verso Levante, qual muro divide la Difesa dell’Innamorata da un bosco della Mensa Vescovile d’Ostuni. Quivi li suddetti Pietr’Onofrio Ciciriello ed Angelo Roma, esperti destinati ut supra, stando con l’assistenza e presenza delli sudetti Signori Dottori Vitale e Greco, Deputati; Tomaso Fedele e Giuseppe De Nitto, esperti, coll’assistenza del sudetto Magnifico Principalli, di consenso di tutti, han fatto sospendere la detta misura e compasso, volendo riconoscere posatamente il detto confine. Com’infatti, facendo eglino le più serie e mature riflessioni, per la loro espertezza, esperienza e perizia, hanno il detto confine riconosciuto, ed han confessato, come dichiarano e confessano in nostra presenza, che il sudetto muro, come sopra delineato è il vero termine e fine del Feudo di San Vito da loro chiamato volgarmente la Confine della Santovitese, che attacca e confina col detto Feudo di Ceglie; giacché da quel muro appunto comincia il Feudo di Ostuni, da loro volgarmente chiamata la Stonese ad attaccare dalla parte di levante il Feudo di Ceglie, per la linea confinale, che deve cominciare per la tramontana ed han denominato il detto bosco Parco di Monsignore, appartenente alla Mensa Vescovile di Ostuni. Di maniera che il detto punto è principio di muro è confine di tre Feudi, cioè del feudo di San Vito per Greco e Levante, del Feudo di Ostuni per Greco - Levante e del Feudo di Ceglie per Ponente e Maestrale. (…) ».
Contrada Masseria Palagogna
La misurazione venne sospesa per il tramonto del sole, dopo aver lasciato un segno sul punto prescelto, la Commissione si ritirò e la misurazione venne ripresa al mattino del giorno seguente, 18 novembre 1760.
Foggia di Palagogna
«…nel susseguente giorno de’ 18 novembre corrente anno 1760 ci conferimo alla Pezza detta della Nepita, territorio e distretto della Terra di Ceglie, corpo della Massaria di Palaogna, e propriamente nel luogo dove fa principio per la parte di ponente il muro divisorio, che divide tra di loro la Difesa detta l’Innamorata, appartenente alla Massaria detta Della Jena, che si possiede dalla Principal Camera di San Vito delli Schiavi ed il Parco detto di Monsignore, appartenente alla Reverenda Mensa Vescovil di Ostuni. Quivi trovansi presente tanto li Magnifici Don Nicola Principalli e Don Francesco Lopreste, Procuratori ut supra rispettivamente, quanto li Magnifici Dottori Vitale e Greco, Deputati Civili della Magnifica Università di questa suddetta Terra, colli sopradetti esperti, li medesimi volendo proseguire e continuare il camino dallo stesso luogo, dove la sera antecedente  s’era terminato, fecero riconoscere di consenso il segno dall’esperti medesimi lasciato. Com’infatti, in nostra presenza li medesimi trovarono il mucchietto delle pietre sopra detto muro, con sopra le frasche poste a segno di Croce, da essi detta Magnone, niente spostato, ma nello stesso luogo appunto dove essi medesimi l’avevano situato.
 
Acquaro di Natalicchio
E guardandosi dalli sudetti verso il vento di tramontana riconobbero la situazione e vollero, che nel punto di detto muro si fissasse lo squadro e dovesse aver per segno il vento sudetto. Per la qual linea caminarsi intersecando il detto bosco, o sia Parco di Monsignore, che restar doveva dalla parte di Greco-Levante e la pezza della Nepita (Feudo di Ceglie) dalla parte di Ponente e Maestrale. Da qual camino di consenso di tutte le sudette parti stabilitosi il Magnifico Principalli, in nostra presenza, ne fece in detto nome, assegnamento al Magnifico Lopreste, in nome e per parte del detto Signor Principe, presente. Perlocché fissatosi lo squadro dalli sudetti Magnifici Compassatori: Pichierri e Panariti, si cominciò la misura col compasso di palmi sette, ed ogni palmo d’oncie dodici, che fu per tale da detti medesimi Signori Deputati ed Esperti riconosciuto, e specialmente da esso Magnifico Principalli, e caminandosi e misurandosi per linea retta verso tramontana per muro diruto coverto di macchia e di alberi di lezze e ghiande, tra detto Parco detto di Monsignore, dalla parte di Greco-Levante e chiusa della Nepita da Ponente e Maestrale, dopo passi 398 s’è arrivato in un’angolo, che fa principio d’un muro divisorio e volta la linea verso ponente, terminando la confine del bosco di Monsignore e cominciando a confinare la linea i beni dell’Abbazia detta di Boccadoro, che confina il detto muro, per parte di Tramontana e la sudetta Pezza della Nepita, per parte di Gerocco.
Contrada Masseria Palagogna
Per la qual linea facendosi camino verso ponente sempre per il detto muro, che fa piede ed origine al Serro ed alla Murgia per una scoscesa, per macchie e pietre, si sono fatti passi 808 di linea retta e s’è arrivato ad un muro diruto, che fa termine ne l’altro demanio chiuso della pezza della Nepita e comincia il demanio aperto detto di Grotta Palazzata di Palaogna, da qual muro si cominciò a compassare ed a caminare per una dentata di pietre, che dinotano muro antico, coverto di macchie, spine ed alberi, e facendo passi 573 s’incontra una vora d’inghiottire acqua attaccata a detta dentata e dopo altri passi 40 s’incontra strada Regia, che da Ostuni conduce a Francavilla, dove termina il detto demanio di Grottapalazzata e ripiglia il demanio aperto della Massaria di Natalicchio da Gerocco, seguitando sempre da tramontana beni della Abbazia detta di Boccadoro. E caminadosi nell’istesso muro per passi 80 s’incontra la linea di un vestiggio di pentima sprofondata, attaccata da Gerocco a detto muro diruto, che detti esperti dissero chiamarsi li Palmenti di Natalicchio» (continua…) dg


domenica 14 ottobre 2012

CIRCUMSCRIPTIO PHEUDI TERRAE CELIARUM DEL GALDO (2)


Madonna della Grotta - foto di Michele Miccoli
Continuiamo la lettura del documento notarile del 1760, pubblicato nel 1997 a cura del Dr. ENRICO TURRISI, storico cegliese, per conoscere i confini del nostro territorio comunale.

«E cerzionati essi Signori Deputati ed esperti dell’Università predetta dell’assignazione, ut uspra fatta, tanto del principio del confine, quanto della linea del camino, riconoscendosi dall’esperti il luogo sudetto è stato approvato essere quello il termine donde vien confinato il Feudo di Ceglie delli Feudi di Francavilla e di San Vito per la parte di levante; ed in detto luogo fissatosi lo squadro alla fineta sudetta, che varcando la lunghezza del Vado del Lepre e Strada Regia da Francavilla ad Ostuni e principio del muro a crudo, che tira per la linea retta verso tramontana, dividendo li Feudi e possessioni, come sopra. Fissandosi lo squadro da detti Magnifici Compassatori s’è cominciata la misura del Compasso riconosciuto di palmi sette lungo ed ogni palmo d’oncie dodici Napolitane, caminando verso tramontana sopra la linea del muro assignato per territorj macchiosi dopo passi 435 s’incontra un muro meridionale divisorio, dove terminano li sudetti beni della Madonna della Grotta per la parte sudetta di ponente e cominciando per detta parte li demanj chiusi della Masseria della Sardella della Ducal Camera di Ceglie, continuando dalla parte di levante a confinare lo stesso Signor Salerno. Tra quali confini sempre per lo stesso muro e linea verso tramontana caminandosi per luoghi macchiosi e boscosi per linea tortuosa, facendosi passi 220 s’incontra dalla detta parte di ponente un altro muro divisorio che divide il sudetto demanio chiuso dall’altro anche chiuso detto di Spada Longa della medesima Masseria della Sardella: dal quel muro divisorio si camina sopra l’assignato parete per linea tortuosa ed inclinante a levante anche per macchie e pietre, si fanno passi 865 e s’incontra un altro muro meridionale, dove termina Spada Longa e comincia per detta parte di ponente la chiusa boscosa ed arbustata di fragne e ghiande detta Donnantonio, appartenente alla Masseria detta di Palaogna della medesima Ducal Camera, da dove per detto muro assegnato, e tra alberi e macchie, dopo passi diece 10, s’arriva ad una picciola valle, che termina il confine per mezzo delli beni del Signor Salerno dalla parte del Feudo di San Vito; dalla qual parte comincia la confinazione colla Difesa della Jena della Principal Camera di San Vito.
Ingresso Masseria Palagogna - Foto di Andrea Ferro
Da quivi continuandosi il camino sempre sopra la linea del detto muro assignato verso il vento tramontana, fattisi passi 220 di scesa e salita, s’incontra un passaturo coverto di macchie e spine, appartenente detto passaturo coverto alla detta Chiusa Donnantonio, interamente in Feudo di Ceglie; per il qual passaturo facendosi passi 351, termina dalla parte di levante la Difesa della Jena e comincia a far confine la Difesa detta Lagnano, appartenente alla Ducal Camera di Ceglie. E continuandosi il camino per il detto passaturo coverto di macchie, sempre per linea retta, sopra detto muro assignato, finisce di confinar la linea di detto passaturo e comincia la Chiusa del Forte di detta Ducal Camera da ponente. E fatti passi 110 finisce parimente la confinagione Lagnano per la parte di levante e ripiglia a confinare la Difesa detta dell’Innamorata della Principal Camera di San Vito per la parte di levante. Dal qual principio di nuova confinazione facendosi passi 232, tra dirupi, sassi, alberi di quercie e macchie, per linea curva inclinante verso levante, forma angolo, che torce la linea, tuorce a levante, rimanendo la detta Difesa Innamorata a gerocco ed il demanio chiuso della Pezza della Nepita, appartenente alla Masseria di Palaogna della Ducal Camera a tramontana» (continua)

Paesaggio cegliese-foto di Michele Miccoli

Considerazioni:
È molto difficile oggi seguire la descrizione del confine del territorio cegliese, a causa dei vari frazionamenti e per la trasformazione del territorio (a volte aggredito in maniera brutale)  fatta dagli stessi proprietari negli ultimi 200 anni. Cercando di comparare alcuni dati contenuti nell’antico Catasto del 1603 tenterò di offrire alcune minime riflessioni:



a) Il toponimo dell’attuale contrada Madonna Piccola è stato utilizzato agli inizi del ‘900, poiché quel territorio ricadeva nel demanio dell’allora Madonna della Grotta di proprietà del Capitolo di Ceglie;

b) il territorio della Masseria Sardella, stando al catasto del 1603, veniva denominato Arbore Santo e si estendeva per circa 142 tomoli, pari a 120 ettari;
Masseria Palagogna - foto di Andrea Ferri
c) il toponimo Palagogna è molto antico, forse risale all’anno 1150. Tra i sub feudatari del grande feudo normanno di Oria, nel quale ricadeva anche Ceglie, vi era la Famiglia Palahonia. Stando alle notizie riportate nel Catasto del 1603 il suo territorio si estendeva per circa 357 tomoli, pari ad ettari 302.

d) da notare il toponimo Lagnano (alcuni scrivono Agnano); verosimilmente esso richiama l’esistenza di un antico casale altomedioevale. Tale nome è conservato nelle mappe militari degli anni 40 del secolo scorso con la dicitura Agnano piccolo. Esso è equidistante dall’antico casale San Giacomo in Gualdo (attuale masseria San Giacomo) e dalla Masseria Madonna della Grotta.

e) una parte dell’attuale confine cegliese interseca il Comune di San Michele Salentino sino al bivio della strada Ceglie - San Vito dei Normanni.

f) di fatti, la Difesa dell'Innamorata sarebbe l'attuale comune di San Michele Salentino;


g) altro toponimo conservato in questo documento è "Difesa della Jena", toponimo che si trova nel documento in copia del 1120. Da questo punto, in quel tempo, s'iniziò a distinguere il confine di Ceglie da quello di Ostuni.
dg
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Tutte le foto le ho trovato sul Web. Per chi volesse vedere la "fineta" tra il territorio di Ceglie Messapica e quello di Francavilla Fontana può andare su questo link: http://goo.gl/maps/T3a5B